Il primo gesto di galanteria d’Italia? La storia di Manfredi ad Atripalda

  • 03/08/26
  • News ed eventi

Nell’autunno del 1254, durante la fuga verso Lucera, il giovane Manfredi di Svevia trovò rifugio nel castello dei Capece. Una breve sosta entrata nella tradizione locale per un gesto insolito compiuto durante il banchetto.

Ci sono storie che attraversano i secoli e restano legate a un luogo anche quando del loro scenario originario sopravvivono soltanto poche tracce. Una di queste conduce nell’Atripalda medievale, al castello di Truppoaldo, e racconta del passaggio di uno dei personaggi più affascinanti e controversi del Medioevo italiano: Manfredi di Svevia.

È l’autunno del 1254. Manfredi, figlio dell’imperatore Federico II, è in fuga dalle forze pontificie e cerca di raggiungere Lucera, dove spera di trovare una base sicura per riorganizzare la resistenza sveva.

Il viaggio è rischioso. Le strade principali sono controllate e il giovane principe deve attraversare l’Appennino seguendo un percorso indiretto, lontano dai centri presidiati dagli avversari.

Ad accompagnarlo sono Marino e Corrado Capece, esponenti di una delle famiglie più influenti del territorio e fedeli sostenitori degli Svevi. Grazie alla loro conoscenza dei luoghi, Manfredi riesce a raggiungere Atripalda.

La fuga di Manfredi verso Lucera

Secondo la ricostruzione storica, Manfredi lasciò Acerra alla fine di ottobre del 1254, dopo la rottura definitiva con papa Innocenzo IV. Il suo obiettivo era attraversare l’Irpinia e proseguire verso la Puglia, evitando Monteforte e Avellino, allora controllate dagli uomini del marchese Bertoldo di Hohenburg.

Il tragitto lungo le prime alture dell’Appennino fu faticoso e pieno di pericoli. Atripalda rappresentava però un approdo sicuro: il feudo era nelle mani dei Capece, che decisero di accogliere il principe nonostante il rischio di rappresaglie da parte del papato.

La sosta fu breve. Manfredi venne ospitato dai fratelli Marino e Corrado e dalle loro mogli, prima di riprendere il viaggio verso Nusco e poi proseguire in direzione di Lucera.

È proprio durante quelle ore trascorse nel castello che, secondo la memoria locale, sarebbe avvenuto un episodio destinato a rendere Atripalda protagonista di una curiosa pagina della storia del costume italiano.

Le donne ammesse alla tavola del principe

Nelle corti medievali il banchetto non era soltanto un momento conviviale. La disposizione degli ospiti, il posto assegnato a ciascuno e la vicinanza al sovrano riflettevano gerarchie e rapporti di potere.

Secondo la tradizione atripaldese, Manfredi volle ringraziare i Capece per l’ospitalità ricevuta facendo sedere accanto a sé le mogli dei due fratelli.

Un gesto apparentemente semplice, ma inconsueto per le consuetudini attribuite alle corti del tempo, nelle quali il sovrano sedeva spesso separato e la presenza delle donne alla sua tavola non era affatto scontata.

La Pro Loco di Atripalda conserva e tramanda un racconto nel quale Manfredi, educato alla poesia e agli ideali della cortesia, avrebbe voluto tributare alle due donne un onore particolare, invitandole a sedere ai suoi fianchi e a condividere il pasto con lui.

Da questo episodio nasce la definizione, ripresa dalla storiografia locale, di «più antico gesto di galanteria in Italia».

Storia documentata e tradizione locale

Il passaggio di Manfredi ad Atripalda non è soltanto una leggenda. La sua presenza nel feudo dei Capece, l’accoglienza ricevuta dai fratelli e dalle loro mogli e la successiva partenza verso Nusco trovano riscontro nelle ricostruzioni storiche.

Più difficile è stabilire nei dettagli che cosa accadde durante il banchetto e se quel gesto possa davvero essere considerato il primo atto di galanteria compiuto in Italia.

La vicenda viene associata alla Historia de rebus gestis Frederici II imperatoris, la cronaca tradizionalmente attribuita a Nicolò di Jamsilla e considerata una delle fonti più importanti per gli anni di Manfredi. Gli studi moderni hanno però messo in discussione sia l’identità dell’autore sia la composizione originaria dell’opera, probabilmente nata dall’unione di testi diversi. 

La formula del «primo gesto di galanteria» va quindi letta per quello che è: una suggestiva interpretazione tramandata dalla memoria locale. Non una primogenitura storica facilmente dimostrabile, ma il modo in cui Atripalda ha conservato il ricordo di quella giornata.

Il castello di Truppoaldo e la memoria di Atripalda

Il luogo nel quale Manfredi sarebbe stato accolto era il castello di Truppoaldo, la fortezza attorno alla quale si sviluppò il nucleo medievale della città.

Il suo nome è legato alle origini della stessa Atripalda: secondo una delle ipotesi più diffuse, deriverebbe infatti da Truppoaldo o Troppualdo, personaggio di origine longobarda al quale viene attribuita la costruzione della fortificazione intorno all’XI secolo.

Del castello oggi rimangono poche testimonianze materiali nell’area della Civita. Eppure, proprio quelle pietre consentono di collegare la città attuale a un tempo nel quale Atripalda si trovava lungo itinerari decisivi per la politica e la storia del Mezzogiorno.

La sosta di Manfredi durò probabilmente soltanto poche ore. Fu però sufficiente perché il nome di Atripalda entrasse nel racconto della sua fuga verso Lucera e perché intorno a quel passaggio nascesse una storia ancora poco conosciuta.

Una storia fatta di alleanze politiche, ospitalità e coraggio. Ma anche di due donne invitate a occupare, almeno per un banchetto, un posto dal quale le consuetudini del tempo tendevano a escluderle.

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