
Da piazza Umberto I a piazza Sparavigna: passeggiata nel cuore di Atripalda
Atripalda si può attraversare in pochi minuti. Per conoscerla, però, bisogna rallentare. Fra piazza Umberto I e piazza Sparavigna la distanza è breve, ma il
Napoli assorbe tutto. Chi ci arriva da turista finisce per passare le giornate tra il centro storico, Pompei e la Costiera, e torna a casa con la sensazione di aver visto molto ma senza essersi mai davvero fermato. C’è però un’alternativa che quasi nessuno conosce, ed è a meno di un’ora d’auto: Atripalda, in provincia di Avellino, lungo le sponde del fiume Sabato.
Per arrivarci si prende l’autostrada A16 in direzione Bari, si esce ad Avellino Est oppure ad Avellino Ovest, e dopo circa tre chilometri si è in città. La distanza da Napoli è di circa sessanta chilometri; il traffico della tangenziale permettendo, in un’ora si è già lì.
Quello che si trova è difficile da riassumere senza suonare retorici, quindi partiamo dalle cose concrete. Sull’altura della Civita si estende il Parco Archeologico dell’Antica Abellinum: venticinque ettari di scavi aperti che restituiscono le tracce di una colonia romana fondata nell’82 avanti Cristo per volontà di Silla. Ci sono due chilometri di cinta muraria, i resti del foro, le terme con il calidarium, e la Domus di Marcus Vipsanius Primigenius, una villa ellenistico-pompeiana di circa duemilacinquecento metri quadrati appartenuta a un liberto di Agrippa, genero di Augusto.
Nel centro storico, sotto la Chiesa Madre di Sant’Ippolisto e San Sabino, si scende nello Specus Martyrum: una cripta paleocristiana che custodisce le reliquie dei martiri sepolti durante le persecuzioni di Diocleziano, tra il 303 e il 311 dopo Cristo. È uno dei monumenti più significativi dell’archeologia cristiana del Sud Italia, e lo si visita quasi in silenzio.
Se si arriva di giovedì, il mercato settimanale in Piazza Umberto I trasforma la città in un appuntamento che va avanti dalla notte dei tempi: un documento di Re Carlo d’Angiò del 1272 regolamentava già il mercato di Atripalda, istituito per gestire i rapporti commerciali tra mercanti e contadini della valle del Sabato. Oggi è ancora lì, con banchi di prodotti locali, tessuti, frutta e verdura di stagione.
Per il pranzo non serve una guida: basta seguire il profumo. L’enogastronomia irpina parte da prodotti riconosciuti a livello nazionale — il Fiano di Avellino DOCG, il Taurasi DOCG, il Caciocavallo Silano DOP — e arriva alle preparazioni più semplici della tradizione contadina. Rape e patate, baccalà, formaggi locali.
Atripalda non è una destinazione costruita per il turismo di massa. Non ha souvenir nei vicoli né ristoranti con il menù tradotto in cinque lingue. Ha una città vera, con i suoi ritmi, i suoi bar di quartiere e i suoi abitanti che vivono le piazze come se fossero casa loro — perché lo sono. Per chi arriva da Napoli con la voglia di uscire dal circuito più battuto, è esattamente quello che si cerca.

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